CHIEVO: PIU’ GIOVANE, PIU’ ITALIANO

Raggiunta la salvezza, questa volta con fatica e qualche rischio in più di altre annate più felici, Campedelli sta pensando al rinnovamento del suo Chievo, la squadra più anziana del campionato italiano di serie A e, si dice, anche d’Europa. La scelta che aveva fatto nel 2017 era quella della continuità, della sicurezza basata su giocatori un po’ attempati, è vero, ma ancora efficienti. Grandi del calcio, come Pellissier, Gobbi, Dainelli e altri, ma come tutti gli uomini soggetti all’inevitabile usura del tempo. Diverso il discorso per Sorrentino perché, si sa, i portieri hanno una maggiore longevità atletica. Così, strada facendo, dei giovani sono stati innestati nella compagine gialloblu. Il primo è stato De Paoli, finito in nazionale, poi sono venuti Bani e poi Stepinski e Jaroszinski. Ma non basta. Il Chievo deve essere ringiovanito profondamente. E per questo i talent scout sono in grande movimento. Solo che sarebbe bello che questa operazione fosse impostata su un criterio, semplice ma non facile. Quello di italianizzare la squadra. Ad onor del vero il Chievo è già molto italiano rispetto ad altre squadre. Ma sarebbe bello che Campedelli riuscisse a far diventare la sua squadra la più italiana di tutte. Non è impresa facile, perché è noto che l’afflusso di calciatori stranieri è dovuto soprattutto al fatto che costano di meno rispetto ai nostri. Ma non è detto. Nei vivai delle migliaia di società sparse nella penisola ci sono ragazzi che giocano bene e che, adeguatamente inseriti nel contesto giusto, potrebbero dare ottimi risultati. D’altra parte, fra gli stranieri arrivati a giocare da noi non sono arrivati solo dei campioni. Sono arrivati anche dei brocchi, inferiori a tanti giovani italiani. Ecco, sarebbe bello che il ringiovanimento del Chievo passasse anche per la sua italianizzazione. E per il presidente Campedelli sarebbe come scrivere il secondo capitolo della favola Chievo.
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