LA CORTE COSTITUZIONALE NEGA AI VENETI LA QUALIFICA DI MINORANZA LINGUISTICA

La corte Costituzionale ha dichiarato illegittima la legge della Regione Veneto che conferisce al popolo veneto la qualifica di minoranza linguistica. La legge, che era stata approvata nel 2016 con 27 voti favorevoli ( Lega, Lista Zaia e tre della List Tosi) con l’astensione di Forza Italia e Fratelli d’Italia ed il voto contrario delle sinistre, equiparava i Veneti alle popolazioni di lingua tedesca e ladina del Sud Tirolo. La legge, oltre alla valenza politica in chiave autonomista che considera il veneto una lingua e la popolazione veneta “un popolo”, avrebbe avuto delle ricadute concrete nella distribuzione del lavoro in quanto ne sarebbe discesa la protezione dei lavoratori di lingua veneta nelle assunzioni, esattamente come avviene nella provincia di Bolzano. Era stato il governo di sinistra a ricorrere alla Consulta nell’intento di vanificare questo passo verso l’autonomia, confermato fra l’altro dalla volontà popolare espressa col referendum del 22 ottobre 2017, teso a valorizzare la specificità del popolo veneto. La sentenza riporta la situazione in un assetto centralista e romano-centrico dello stato misconoscendo mille anni di storia e di unità politica dei Veneti. Sarà interessante leggere le motivazioni della decisione dell’Alta Corte che si rifiuta di riconoscere alla parlata veneta il rango di lingua considerandolo un dialetto come tanti altri pur se parlato diffusamente. La parlata dei Veneti è invece una lingua a tutti gli effetti perché la differenza fra lingua e dialetto è data, oltre che dalla continuità storica, anche dal fatto che non si tratta semplicemente di un modo di declinare l’italiano ( lingua peraltro imposta dall’alto solo negli ultimi 150 anni dal potere politico ), ma di un’espressione etnica dotata, a differenza dei dialetti, di una letteratura e di un teatro. La sentenza della Corte Costituzionale è l’ultimo passo del processo di omologazione dei Veneti attuato dallo stato centralista.
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