Dilettanti allo sbaraglio

Di Maio continua a dire che siccome ha preso 11 milioni di voti il capo del governo lo deve fare lui. Ciò è frutto di ignoranza. Dove sta scritto che il governo lo fa quello che ha preso più voti? Il governo lo fa quello che è in grado di aggregare una maggioranza in Parlamento che garantisca l’approvazione delle leggi proposte dall’esecutivo. Nella Prima Repubblica è stato capo del governo Giovanni Spadolini, del Partito Repubblicano che aveva il 3%, ma che in quel momento era l’unico in grado di coagulare attorno a sé una maggioranza. Sempre nella Prima Repubblica fu capo del governo Bettino Craxi, leader del Partito Socialista che pesava l’11%. Sono questi i precedenti storici e le regole della democrazia parlamentare basata su un sistema elettorale di impianto proporzionale che il neo-politicante Di Maio ignora. Avere a che fare con personaggi che non conoscono nemmeno l’ABC della politica è un vero guaio. Specie se questi possono vantare un grande consenso. Ed è questo il punto. Il voto al M5S, magari in buonafede “per cambiare”, è stato dato ad un qualcosa che non si può nemmeno definire un partito. Si tratta di un’accozzaglia di dilettanti allo sbaraglio nelle mani di un padrone che può fare alto e basso quello che vuole dal momento che è il proprietario della piattaforma informatico-organizzativa che controlla tutto, candidature comprese. La quasi totalità dei parlamentari cinquestelle non ha un back-gound politico, non ha esperienza e soprattutto non conta nulla. Se il “cambiamento”, anziché essere un processo democratico, diventa il modo per un uomo solo di bloccare lo svolgersi della dialettica politica, esso va a costituire un inaccettabile fattore di blocco della democrazia sul quale è obbligatoria una riflessione. Non conoscenza delle regole e della storia; mancanza totale di democrazia e trasparenza; potere concentrato nelle mani di un proprietario; opacità nella genesi; mancanza di una chiara connotazione e linea politica costituiscono gli elementi per i quali il M5S anziché attuare quel “cambiamento” in nome del quale raccoglie i voti lo rende impossibile. E quello che sta accadendo in questi giorni ne è la dimostrazione.   Marco Danieli
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